Ceta, difendere regole e Made in Italy è questione di buon senso 

“Nei rapporti con l’Unione Europea – e di conseguenza – con i Paesi con cui la stessa costruisce rapporti commerciali e di scambio, l’Italia mostra il punto massimo di ‘fragilità’ e subalternità proprio nelle trattative che investono il settore agroalimentare, che spesso diventa merce di scambio di interessi diversi”.Ad affermarlo in un intervento sul’accordo di libera scambio tra Ue e Canada è il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo.

“E’ il caso ad esempio – spiega - delle condizioni favorevoli che sono state concesse al Marocco per pomodoro da mensa, arance, clementine, fragole, cetrioli, zucchine, aglio, olio di oliva, all’Egitto per fragole, uva da tavola, finocchi e carciofi, oltre all’olio di oliva dalla Tunisia e al riso dal Vietnam e più in generale dal sud est asiatico. L’accordo di libero scambio con il Canada (Ceta) è purtroppo solo l’ultima pagina della debolezza italiana. Nel caso del Ceta, balza subito agli occhi il macroscopico trattamento riservato alle importazioni di grano duro canadese: l’accordo azzera infatti strutturalmente tutti i dazi e consente l’entrata ‘libera’ e senza ulteriori controlli di un grano sottoposto a trattamenti di glifosato in pre raccolta (vietati in Italia) per renderne possibile la maturazione in un Paese più freddo come il Canada.

Nel caso del trattato con i paesi Paesi del Mercosur in via di definizione, si consentirà l’entrata alle stesse condizioni ai prodotti frutticoli dell’Argentina, in testa nella lista nera del dipartimento di Stato americano per lo sfruttamento del lavoro minorile nelle coltivazioni di aglio, uva, olive, fragole, pomodori. In buona sostanza ci ritroviamo a competere con produzioni che sono l’esito di condizioni di lavoro e trattamenti (sotto il profilo della sicurezza sanitaria e delle tutela del lavoro) completamente diversi.

Si tradisce così l’effettiva natura del libero mercato, che può essere tale solo se le regole di partenza sono uguali per tutti. Pensiamo all’entrata in vigore in Italia di una dura legge sul caporalato, o pensiamo a stringenti norme che regolano l’utilizzo di prodotti chimici in Italia: la tutela del consumatore, dei lavoratori e dell’ambiente finiscono paradossalmente per diventare un handicap per le produzioni nostrane, rispetto a quelle estere. Il trattato Ceta tuttavia non ci si ferma qui. Esso infatti accoglie la presunzione canadese di chiamare con lo stesso nome prodotti che sono di natura completamente diversa.

Per la prima volta nella storia dell’Unione si accorda infatti a livello internazionale il via libera alle imitazioni dei nostri prodotti più tipici dall’Asiago al Gorgonzola, dalla Fontina ai prosciutti di Parma e San Daniele fino al Parmigiano nella sua traduzione di Parmesan. In buona sostanza il trattato ‘legittima’ quell’italian sounding che vale il doppio delle intero export agroalimentare italiano, che rappresenta il nemico piu’ temuto sui mercati esteri e contro cui Coldiretti si è battuta in tutti questi anni. La subalternità dei negoziatori europei (e italiani) emerge con ancora più forza nel caso delle Dop e Igp.

Ne abbiamo 291 in Italia e ben 250 vengono lasciate senza tutela. Si crea così un precedente a livello internazionale – che certamente farà dottrina nei trattati in corso con il Vietnam e il Giappone – per cui le volgarizzazioni dei nostri marchi agroalimentari, trovano la strada aperta. C’è bisogno che i decisori politici italiani si chiariscano le idee: chiedere di chiamare con nomi diversi prodotti diversi o il rispetto delle stesse regole produttive non significa essere protezionisti, sovranisti o liberisti. La trasparenza sul mercato, la concorrenza leale, la tutela del lavoro e dei consumatori, non hanno etichetta, sono cose di buon senso. Ed è di buon senso anche la difesa intelligente e consapevole degli asset economici del proprio Paese.

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