di
Sergio Marini
Nel quotidiano lavoro di chi coltiva la terra è facile riconoscere quel rispetto e quell’amore di chi sa che la salvaguardia del creato è il più giusto investimento sul nostro futuro.
Un’opera quotidiana ripetuta e costante, mai ostentata, mai pienamente riconosciuta, ma anche una denuncia delle mille ipocrisie del nostro tempo.
Le ipocrisie dei grandi poteri economici e della finanza che progettano improbabili piani di sostenibilità ambientale utilizzati a mo’ di lasciapassare per perpetuare scempi ambientali, giustificati sull’altare dello sviluppo (multinazionali dell’energia e del cibo).
Le ipocrisie di una parte del mondo della ricerca che affamato di risorse si piega agli interessi di chi vuole accreditare sul piano scientifico i propri interessi (ogm, nucleare).
Le ipocrisie di quella politica globale che denuncia fame e ingiustizie, ma che assiste inerme alle nuove forme di colonizzazione e sfruttamento dei terreni (land grabbing).
Le ipocrisie della nostra politica che, ammantandosi di ecologismo, carica sulle spalle dei cittadini le nuove forme di rendita fondiaria tra fotovoltaico e biogas, distruggendo i terreni migliori e i paesaggi più belli.
Le ipocrisie dell’ecologismo di maniera, pieno di slogan e luoghi comuni, che trasforma in moda ciò che è un bene comune: la terra e i suoi frutti.
Occorre scrollarsi di dosso le ipocrisie e tornare a rispettare ciò che ci è stato donato per consegnarlo integro ai nostri figli.