il Punto Coldiretti

Natale è Natale

Il tema della  riflessione di questa settimana è obbligato. Estrapolo dalla prima omelia della Notte Santa del Papa venuto da lontano: Giovanni Paolo II. Siamo nella Basilica Vaticana alla messa di mezzanotte. E’ il primo Natale da Papa.

Ho scelto questo testo che mi sembra di estrema attualità e può aiutarci per vivere il nostro Natale da cristiani adulti e consapevoli del significato profondo di questo evento che ha cambiato la storia. Una storia che ancora oggi “geme e soffre per le doglie del parto” (S. Paolo).

Diceva il Papa: “Facciamo in modo di essere tutti insieme più là che qua: là, dove “nel silenzio della notte” si è fatto sentire il vagito del Neonato, espressione perenne dei figli della terra. In quello stesso tempo si è fatto sentire il cielo, “mondo” di Dio che abita nel tabernacolo inaccessibile della Gloria. Tra la maestà di Dio eterno e la terra-madre, che si annunzia col vagito del Bimbo neonato, s’intravede la prospettiva di una nuova pace, della riconciliazione, dell’alleanza: È nato per noi il Salvatore del mondo “tutti i confini della terra hanno visto la salvezza del nostro Dio”.

Senza l’apertura alla Speranza non credo possa celebrarsi il Natale. Una Speranza che dona nuovo impulso alla necessità di superare quelle criticità che l’umanità affronta con difficoltà, anche perché, come ricorda con insistenza Benedetto XVI, senza Dio l’Umanità non va da nessuna parte.

Criticità che Papa Karol cosi sintetizzava: “Tuttavia in questo momento, in questa insolita ora, i confini della terra rimangono distanti. Sono pervasi da un tempo di attesa, lontani dalla pace. La stanchezza riempie piuttosto i cuori degli uomini, che si sono addormentati, così come si erano addormentati non lungi i pastori nelle valli di Betlemme”. Ma Gesù nasce “Soggetto alla sollecitudine degli uomini, affidato al loro amore, indifeso. Vagisce, e il mondo non lo sente, non può sentirlo. Il vagito del bimbo neonato può udirsi appena a distanza di qualche passo”.

Ancora oggi con il Beato Giovanni Paolo II, possiamo sforzarci di “avere un quadro completo della realtà di quell’evento, per penetrare ancor più nel realismo di quel momento e dei cuori umani, ricordiamoci che ciò è avvenuto così come è avvenuto: nell’abbandono, nell’estrema povertà, nella stalla-grotta, fuori della città, perché gli uomini, nella città, non hanno voluto accogliere la Madre e Giuseppe in nessuna delle loro case. Da nessuna parte c’era posto. Sin dall’inizio, il mondo si è rivelato inospitale verso il Dio che doveva nascere come Uomo”.

E’ vero Natale se, nell’andare a Bettelemme “saltiamo” i nostri problemi, non per far finta che non esistono, quanto, piuttosto per unirli ai problemi di tutta l’Umanità nella consapevolezza che per “noi” è nato il Salvatore!

Non possiamo quindi pensare alla nostra situazione di “crisi”: “Pensiamo anche a tutti gli uomini che cadono vittime dell’umana disumanità, della crudeltà, della mancanza di qualsiasi rispetto, del disprezzo dei diritti oggettivi di ciascun uomo”.

Pensiamo, in particolare a coloro che più di tutti pagano le conseguenze dell’egoismo e al peccato dell’uomo… “a coloro che sono soli, anziani, ammalati; a coloro che non hanno una casa, che soffrono la fame, la cui miseria è conseguenza dello sfruttamento e dell’ingiustizia dei sistemi economici”.

E pensiamo anche a coloro che, ottusamente, non vogliono riconoscere che la crisi prima che finanziaria è spirituale, e che solo tornando alla ricerca di senso si può superare il tormento delle coscienze.

Non dimentichiamo che “La stalla di Betlemme è il primo luogo della solidarietà con l’uomo: di un uomo con l’altro e di tutti con tutti, soprattutto con coloro, per i quali “non c’è posto nell’albergo” (cf. Lc 2,7), ai quali non sono riconosciuti i propri diritti”.

Padre Renato Gaglianone 

 

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