il Punto Coldiretti

Oltre il relativo e l’effimero

Per  la riflessione di questa settimana faccio riferimento al discorso pronunciato domenica 8 maggio da Benedetto XVI nella Basilica di Santa Maria della Salute di Venezia incontrando i rappresentanti del mondo culturale, artistico e socioeconomico della città.

Tutti gli interventi di Benedetto XVI durante la sua visita pastorale ad Aquilea e a Venezia, meriterebbero di essere analizzati per gli interessanti spunti di riflessione che offrono. Mi soffermo su quello pronunciato al mondo culturale, artistico e socioeconomico, perché parte da un richiamo ad un sociologo a cui più volte mi sono riferito in alcuni miei interventi. Si tratta di Zygmunt Bauman (Poznań, 1925), che dal 1971 al 1990 è stato professore di Sociologia all’Università di Leeds.

Dice il Papa: "Vorrei lasciarvi alcuni spunti molto sintetici, che spero vi saranno utili per la riflessione e per l’impegno comune. Questi spunti li traggo da tre parole che sono metafore suggestive: tre parole legate a Venezia e, in particolare, al luogo in cui ci troviamo: la prima parola è Acqua; la seconda è Salute, la terza è Serenissima".

Cominciamo dall’acqua. "L’acqua è simbolo ambivalente: di vita, ma anche di morte; lo sanno bene le popolazioni colpite da alluvioni e maremoti. … Anche per voi che vivete a Venezia questa condizione ha un duplice segno, negativo e positivo: comporta molti disagi e, al tempo stesso, un fascino straordinario. L’essere Venezia "città d’acqua" fa pensare ad un celebre sociologo contemporaneo, che ha definito "liquida" la nostra società, e così la cultura europea: una cultura "liquida", per esprimere la sua "fluidità", la sua poca stabilità o forse la sua assenza di stabilità, la mutevolezza, l’inconsistenza che a volte sembra caratterizzarla".

Fatta questa constatazione, il Papa invita a ribaltare la situazione: "Venezia non come città "liquida" – nel senso appena accennato –, ma come città "della vita e della bellezza". Certo, è una scelta, ma nella storia bisogna scegliere: l’uomo è libero di interpretare, di dare un senso alla realtà, e proprio in questa libertà consiste la sua grande dignità".

Qui dovrebbero entrare in gioco gli Amministratori, gli uomini di Cultura e del mondo dell’Economia chiamati ad operare delle scelte squisitamente "politiche".  Si tratta, continua Benedetto XVI, "di scegliere tra una città "liquida", patria di una cultura che appare sempre più quella del relativo e dell’effimero, e una città che rinnova costantemente la sua bellezza attingendo dalle sorgenti benefiche dell’arte, del sapere, delle relazioni tra gli uomini e tra i popoli".

Veniamo alla seconda parola: la salute. Qui il Papa, dopo aver fatto un excursus sulle origini e la valenza significativa del luogo che li accoglie, sottolinea che: "La "salute" è una realtà onnicomprensiva, integrale: va dallo "stare bene" che ci permette di vivere serenamente una giornata di studio e di lavoro, o di vacanza, fino alla salus animae, da cui dipende il nostro destino eterno. Dio si prende cura di tutto ciò, senza escludere nulla. Si prende cura della nostra salute in senso pieno. … Gesù ha rivelato che Dio ama la vita e vuole liberarla da ogni negazione, fino a quella radicale che è il male spirituale, il peccato, radice velenosa che inquina tutto.

Per questo, Gesù stesso si può chiamare "Salute" dell’uomo: … Gesù salva l’uomo ponendolo nuovamente nella relazione salutare con il Padre nella grazia dello Spirito Santo; lo immerge in questa corrente pura e vivificante che scioglie l’uomo dalle sue "paralisi" fisiche, psichiche e spirituali; lo guarisce dalla durezza di cuore, dalla chiusura egocentrica e gli fa gustare la possibilità di trovare veramente se stesso perdendosi per amore di Dio e del prossimo.

Infine, la terza parola: "Serenissima", il nome della Repubblica Veneta. Un titolo davvero stupendo, si direbbe utopico, rispetto alla realtà terrena, e tuttavia capace di suscitare non solo memorie di glorie passate, ma anche ideali trainanti nella progettazione dell’oggi e del domani.

Il Papa sottolinea che questo titolo richiama la Citta celeste, la nuova Gerusalemme, concepita dal Cristianesimo "come una meta che muove i cuori degli uomini e spinge i loro passi, che anima l’impegno faticoso e paziente per migliorare la città terrena."  Bisogna sempre ricordare a questo proposito le parole del Concilio Vaticano II: "Niente giova all’uomo se guadagna il mondo intero ma perde se stesso. Tuttavia l’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente, dove cresce quel corpo dell’umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo" (Cost. Gaudium et spes, 39).

Noi ascoltiamo queste espressioni in un tempo nel quale si è esaurita la forza delle utopie ideologiche e non solo l’ottimismo è oscurato, ma anche la speranza è in crisi. Non dobbiamo allora dimenticare che i Padri conciliari, che ci hanno lasciato questo insegnamento, avevano vissuto l’epoca delle due guerre mondiali e dei totalitarismi. La loro prospettiva non era certo dettata da un facile ottimismo, ma dalla fede cristiana, che anima la speranza al tempo stesso grande e paziente, aperta sul futuro e attenta alle situazioni storiche. In questa stessa prospettiva il nome "Serenissima" ci parla di una civiltà della pace, fondata sul mutuo rispetto, sulla reciproca conoscenza, sulle relazioni di amicizia.

Venezia ha una lunga storia e un ricco patrimonio umano, spirituale e artistico per essere capace anche oggi di offrire un prezioso contributo nell’aiutare gli uomini a credere in un futuro migliore e ad impegnarsi a costruirlo. Ma per questo non deve avere paura di un altro elemento emblematico, contenuto nello stemma di San Marco: il Vangelo. Il Vangelo è la più grande forza di trasformazione del mondo, ma non è un’utopia, né un’ideologia. Le prime generazioni cristiane lo chiamavano piuttosto la "via", cioè il modo di vivere che Cristo ha praticato per primo e che ci invita a seguire.

Alla città "serenissima" si giunge per questa via, che è la via della carità nella verità, ben sapendo, come ci ricorda ancora il Concilio, che non bisogna "camminare sulla strada della carità solamente nelle grandi cose, bensì e soprattutto nelle circostanze ordinarie della vita" e che sull’esempio di Cristo "è necessario anche portare la croce; quella che dalla carne e dal mondo viene messa sulle spalle di quanti cercano la pace e la giustizia".

Padre Renato Gaglianone

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