“Santo Padre, ci benedica” (JPII Beato)
Sono convinto che tutti coloro (si parla di oltre 1.500.000 persome) che hanno voluto partecipare alla beatificazione di Giovanni Paolo II, convenuti a Roma da ogni parte del mondo, Cardinali, Patriarchi delle Chiese Orientali Cattoliche, Vescovi e Sacerdoti, Delegazioni Ufficiali, Ambasciatori e Autorità, persone consacrate e, soprattutto, laici, tanti laici, senza tener conto di quanti hanno seguito l’evento mediante la radio e la televisione, sono stati avvolti dal senso di una immensa grazia che ha avvolto Roma e il mondo intero. Quella grazia, ha ricordato Benedetto XVI, “che era come il frutto dell’intera vita del mio amato Predecessore, e specialmente della sua testimonianza nella sofferenza. Sei anni or sono i suoi funerali e già in quel giorno noi sentivamo aleggiare il profumo della sua santità, e il Popolo di Dio ha manifestato in molti modi la sua venerazione per Lui”. Appunto sei anni or sono mi trovavo nella Basilica di San Pietro a pregare davanti al feretro di Giovanni Paolo II. Oggi ho avuto l’opportunità di soffermarmi a pregare davanti alla salma del beato Giovanni Paolo II, in attesa di essere collocata nella Cappella di San Sebastiano. Oggi però la mia preghiera era arricchita dalla stretta di mano di un ragazzo costretto sulla sedia a rotelle. Mi sembrava di risentire la particolare carica delle volte che stringevo la mano al nuovo Beato; il lontano 1978 in una delle prime udienze nell’Aula Nervi fino all’ultima volta qualche anno prima della morte. Pensavo alla splendida testimonianza di accettazione della sofferenza a cui ci ha abituato il nuovo beato, e mi sono augurato che il ragazzo che mi stringeva la mano, accanto alla forza di continuare a sperare nella guarigione se ne sia tornato a casa carico della stessa forza che ha sorretto il Papa venuto da lontano a vivere la sofferenza come momento di redenzione e salvezza. Sentimenti contrastanti e difficili da vivere ma che, comunque, contrassegnavano il volto di molti di quelli che non hanno voluto perdere l’occasione di partecipare a questo evento. Nelle parole del Successore del Beato JPII le fondamenta della sua santità: “Cari fratelli e sorelle, oggi risplende ai nostri occhi, nella piena luce spirituale del Cristo risorto, la figura amata e venerata di Giovanni Paolo II. Oggi il suo nome si aggiunge alla schiera di Santi e Beati che egli ha proclamato durante i quasi 27 anni di pontificato (precisamente 1.338 beati e 482 santi), ricordando con forza la vocazione universale alla misura alta della vita cristiana, alla santità, come afferma la Costituzione conciliare Lumen gentium sulla Chiesa. Tutti i membri del Popolo di Dio – Vescovi, sacerdoti, diaconi, fedeli laici, religiosi, religiose – siamo in cammino verso la patria celeste, dove ci ha preceduto la Vergine Maria, associata in modo singolare e perfetto al mistero di Cristo e della Chiesa. Karol Wojtyła”. Come conquistare e vivere questa universale vocazione alla santità? Ricorda ancora Benedetto XVI: Attraverso quello che lo stesso Giovanni Paolo II ha enunciato nella sua prima Messa solenne in Piazza San Pietro, con le memorabili parole: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. Quello che il neo-eletto Papa chiedeva a tutti, egli stesso lo ha fatto per primo: ha aperto a Cristo la società, la cultura, i sistemi politici ed economici, invertendo con la forza di un gigante – forza che gli veniva da Dio – una tendenza che poteva sembrare irreversibile”. Con la sua testimonianza di fede, di amore e di coraggio apostolico, accompagnata da una grande carica umana, questo esemplare figlio della Nazione polacca ha aiutato i cristiani di tutto il mondo a non avere paura di dirsi cristiani, di appartenere alla Chiesa, di parlare del Vangelo. In una parola: ci ha aiutato a non avere paura della verità, perché la verità è garanzia della libertà”. A questo proposito mi piace riportare alcuni brani del discorso di Reggio Calabria del 1984 in cui è sintetizzato quello che si rivelerà essere la causa del particolare feeling di Papa Wojtyla con i giovani e il mondo del lavoro (parlerà spesso di “vangelo del lavoro”). “Il mio animo è colmo di gioia nel trovarmi in mezzo a voi, giovani … L’incontro con i giovani è sempre per me uno dei momenti più belli. Sentire le vostre voci, vedere il vostro entusiasmo, ma soprattutto leggere sui vostri volti l’attesa della parola che esprima amore che illumini il senso della vita e che tracci un cammino sicuro da percorrere è motivo di speranza e di confronto… Conosco le vostre preoccupazioni per il presente e le inquietudini per il futuro, conosco i problemi della vostra terra, che sono tanti e da lungo tempo irrisolti. C’è nel fondo di ogni condizione umana e di ogni problema una persistente domanda, la più esistenziale delle domande che attiene alla vita stessa dell’uomo: che senso ha la vita che viviamo, vale la pena impegnarsi per questa vita, è possibile sperare? Sì, cari giovani, la risposta a queste domande la troviamo in quell’annuncio, in quella buona notizia, che, quasi duemila anni fa, Paolo di Tarso, anche se con le catene ai piedi, portò ai vostri avi, approdando in questa terra. La risposta antica e sempre nuova ai dubbi e alle angosce dell’uomo moderno è una sola: Gesù Cristo, il Redentore dell’uomo e del mondo, il Risorto, Figlio di Dio e nostro fratello in umanità; è lui che ci ha svelato il mistero di Dio, è lui che ha rischiarato il mistero dell’uomo facendoci conoscere la nostra origine, la dignità, il valore, il senso della vita umana, il destino eterno di amore e di salvezza cui tutti noi siamo chiamati. Cari giovani! So che uno dei problemi che angustia il vostro animo, e che talvolta è anche motivo di scoraggiamento, è quello della disoccupazione di tanti giovani e in particolare di quelli ancora in cerca della prima occupazione, nonostante che siano forniti delle necessarie competenze e siano animati da tanta buona volontà …desidero ribadire che il lavoro è un diritto, oltre che un dovere, e che la società deve creare le condizioni perché tutti possano usufruire di questo diritto. Desidero affermare che la disoccupazione è un’ingiustizia perché contraddice questo fondamentale diritto dell’uomo. Non basta che la società garantisca, a coloro che sono occupati, i diritti del lavoro con la legislazione sociale; è necessario che la società garantisca il diritto al lavoro, che in certo senso è prioritario rispetto allo stesso diritto del lavoro. Il giovane senza lavoro e senza speranza per il futuro è esposto a ogni genere di tentazione: mi riferisco in particolare alle tentazioni della violenza e della droga. Il campo dell’azione comune è vastissimo, soprattutto quando si tratta di operare per dare soluzione ai grandi problemi della vostra terra. Vi incoraggio anche ad esternare le esperienze del volontariato a favore degli emigranti, degli handicappati, dei vecchi, degli ammalati, vivendo così il vostro impegno cristiano di carità a favore degli “ultimi”, cioè di quelli che sono i primi nel regno di Dio. Non si vive la fede senza la carità, non si è cristiani senza la carità. Vi esorto infine ad impegnarvi per la pace, formando innanzitutto in voi una mentalità di pace, che produca i suoi frutti nelle vostre famiglie nella scuola, nel mondo del lavoro, in tutte le relazioni interpersonali e sociali: è la premessa per la costruzione di una pace più grande tra i popoli e le nazioni”. Con maestria, infine, nell’Omelia della celebrazione eucaristica della Beatificazione di Karol Wojtyła, Benedetto XVI sintetizza la valenza politico sociale del grande Pontefice che è stato Giovanni Paolo II. “Salì al soglio di Pietro portando con sé la sua profonda riflessione sul confronto tra il marxismo e il cristianesimo, incentrato sull’uomo. Il suo messaggio è stato questo: l’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo. Con questo messaggio, che è la grande eredità del Concilio Vaticano II e del suo “timoniere” il Servo di Dio Papa Paolo VI, Giovanni Paolo II ha guidato il Popolo di Dio a varcare la soglia del Terzo Millennio, che proprio grazie a Cristo egli ha potuto chiamare “soglia della speranza”. Sì, attraverso il lungo cammino di preparazione al Grande Giubileo, egli ha dato al Cristianesimo un rinnovato orientamento al futuro, il futuro di Dio, trascendente rispetto alla storia, ma che pure incide sulla storia. Quella carica di speranza che era stata ceduta in qualche modo al marxismo e all’ideologia del progresso, egli l’ha legittimamente rivendicata al Cristianesimo, restituendole la fisionomia autentica della speranza, da vivere nella storia con uno spirito di “avvento”, in un’esistenza personale e comunitaria orientata a Cristo, pienezza dell’uomo e compimento delle sue attese di giustizia e di pace. Padre Renato Gaglianone |
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