il Punto Coldiretti

Lavoro e laboriosità

A ridosso della festa del 1° maggio e nel pieno delle discussioni, che in questi ultimi tempi investono il mondo del lavoro, il richiamare la Dottrina sociale della Chiesa può aprire le nostre intelligenze ad un approccio più completo ad una tematica non semplice da comprendere e meno ancora da gestire.

Centralità della Dottrina sociale è l’uomo. Di più: l’uomo è la via della Chiesa e, come ricorda il Magistero, percorrendo questa via incontriamo il lavoro, che esige da noi una interiorizzazione dei valori spirituali evangelici; e questa interiorizzazione ci abilita ad impegnarci realmente per una riforma, per un rinnovamento delle strutture sociali e politiche che mortificano il lavoro.

Giovanni Paolo II ha esplicitato nell’enciclica “Laborem exercens” questi concetti.  In particolare, il Papa tende a  far capire che il lavoro va compreso attraverso la sua spiritualità e la spiritualità del lavoro deve essere una spiritualità matura alla stregua delle tensioni e delle inquietudini delle menti e dei cuori.

Nella prospettiva della “spiritualità”, non solo assumiamo di vivere la fatica del lavoro quotidiano in una economia di salvezza, secondo il piano di Dio, quindi associati al mistero della redenzione, ma soprattutto di vivere assumendo tutte le tensioni che attorno alla realtà del lavoro vengono sviluppandosi. Accostarsi al lavoro e accettarne la fatica, vuol dire accettare anche di partecipare in pieno a tutte tensioni e, quindi, assumere in pieno una partecipazione viva, cosciente ai problemi che interessano il lavoro considerato come realmente il cuore di tutta la questione sociale. E’ una spiritualità che apre ad un impegno di fede, ad una esigenza di conversione profonda che spinge ad operare uno stretto collegamento  tra la dimensione sociale e quella politica.

Prendere coscienza che vivere il lavoro in modo cristiano, è accogliere in pieno il valore del lavoro alla luce di Dio, vuol dire partecipare e essere solidali con tutti gli uomini del lavoro, promuovere una solidarietà tra gli uomini del lavoro e con gli uomini del lavoro e quindi, non mero moralismo né spiritualismo. E’ una sensibilità verso quelle nuove forme di ingiustizia, verso quelle nuove forme di emarginazione che sono appunto in gran parte frutto di una concezione non esatta del lavoro, che domina nella vita moderna.

Il Papa dice ancora che il lavoro deve essere vissuto come un’esperienza, un impegno non solo ordinato a trasformare la natura, ma anche come un impegno ordinato alla promozione della singola persona umana. “Volendo meglio precisare il significato etico del lavoro, si deve avere davanti agli occhi prima di tutto questa verità. Il lavoro è un bene dell’uomo – è un bene della sua umanità -, perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, «diventa più uomo»”.(cfr. LE n. 9)

E qui, Giovanni Paolo II evoca la virtù della laboriosità. Ma, cosa significano laboriosità e virtù? Virtù è un atteggiamento dello spirito per il quale noi ci impegniamo in qualche cosa: la laboriosità è quell’atteggiamento dello spirito per cui noi ci impegniamo nel lavoro nonostante i pesi e le fatiche che esso comporta, e ci impegniamo a fondo per realizzare in questo modo la nostra personalità, per diventare più buoni in quanto uomini.(cfr. n. 9). 

Quindi la laboriosità come virtù implica un miglioramento radicale, una tensione, una qualità per cui attraverso il lavoro vissuto con impegno noi miglioriamo noi stessi, e non soltanto facciamo qualche cosa di buono esteriormente, produciamo dei beni, produciamo dei servizi! Solo così la laboriosità è una virtù, perché il Papa dice "questa considerazione del valore della laboriosità come virtù, dell’impegno del lavoro, dell’amore per il lavoro come virtù, non toglie per nulla la nostra giusta preoccupazione affinché nel lavoro mediante il quale la materia viene nobilitata, l’uomo stesso non subisca una diminuzione della propria dignità.

Tutto ciò depone in favore dell’obbligo morale di unire la laboriosità come virtù, con l’ordine sociale del lavoro che permetterà all’uomo di diventare più uomo, di diventare più uomo nel lavoro, e non già di degradarsi a causa del lavoro” logorando non solo le forze fisiche, il che, almeno fino a un certo punto, è inevitabile ma soprattutto intaccando la dignità e soggettività che gli sono proprie.

Ecco allora che la spiritualità del lavoro valorizza la virtù della laboriosità, in un senso ben preciso: non come puro atteggiamento di sottomissione ad un ordine costituito che non rispetta la dignità del lavoro, ma come un principio che rivolgendosi al lavoro tende a cambiare radicalmente, come dice il Papa nella sua enciclica, questo ordine sociale nel quale il lavoro è mortificato. Per l’approfondimento vi invito a rileggere la Laborem exercens, magari in sinossi con la Caritas in Veritate. Documenti che trovate in: http://www.vatican.va/.

Padre Renato Gaglianone

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