L’esperienza religiosa
La vera solidarietà affonda le sue radici nell’esperienza religiosa. Se questo è vero, ciò vuol dire che, per la Bibbia, si ha vera esperienza religiosa – che, etimologicamente vuol dire sentirsi «legati», vincolati – quando si fa questa esperienza etica della priorità dell’altro sull’io, quando si sperimenta la trascendenza dell’altro sul proprio io, quando si sperimenta la trascendenza dell’«orfano», del «povero» e della «vedova», cioè dell’altro nella sua irriducibile alterità, dell’altro non come parte del proprio mondo ma come essere di bisogno non catturabile dall’io ma solo invocativo nei suoi confronti, che nel suo essere di bisogno grida: «dammi da mangiare, dammi da bere». E’ in questa trascendenza del bisogno invocativo, irriducibile alla volontà di potenza dell’io desiderante, che per la Bibbia si fa esperienza «religiosa»: esperienza di un rapporto ad un’istanza che vincola. Il luogo originario dove il trascendente appare all’uomo e lo vincola è nel bisogno invocativo del «povero», dell’«orfano» e della «vedova»: nell’alterità dell’altro (o, in termini levinasiani, nel volto) che, inoggettivabile, «in-comprensibile» e inafferrabile, toglie all’io la sua pace e lo «in-quieta», sottraendolo alla falsa pace – la pace dell’egoista – per instaurarvi la vera pace: quella dell’io responsabile. Cosi scopriremo che imparando ad ascoltare il gemito dei poveri, noi paesi ricchi e tecnologici salveremo, contemporaneamente, anche noi stessi, ridando senso – cioè direzione e scopo – alla scienza e alla tecnologia che, da fini in sé, sono e devono tornare ad essere come, l’olio e i denari della parabola lucana (Lc, 10), strumenti di salvezza per l’altro. Sfuggiremo alla tentazione oggi suadente più che mai che per uscire dalla crisi sia necessario tornare alla concezione naturalistica dove il rispetto della natura si fa prioritario rispetto al gemito del povero, dimenticando quanto acutamente ha scritto Lévinas polemizzando con Heidegger: «La possibilità o speranza di nutrire coloro che hanno fame nel Terzo e nel Quarto Mondo mi sembrava, perlomeno, che giustificasse semplicemente la distruzione del paesaggio naturale che tanto spaventa le anime sensibili e intelligenti di cui non intendo affatto burlarmi». Padre Renato Gaglianone
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