Riposo uguale silenzio
La settimana scorsa vi ho presentato delle brevi indicazioni del Papa per una “vacanza ricreatrice”. In questo intervento prima della pausa estiva, ho tra le mani una riflessione del Cardinal Ravasi. (Avvenire del 28 settembre 2009) che, nonostante sia datata, ritenga mantenga la sua attualità. Ve ne propongo alcuni stralci. E’ un modesto tentativo per “fondare”, e dare un’anima a quanto detto dal Papa. Scriveva Ravasi: “Siamo all’inizio dei mesi estivi che recano in sé l’impronta tutta moderna della «vacanza», una sorta di vuoto, una pagina bianca che molti non sanno come riempire e che, per questo, o stracciano consumandola in noia o ricolmano con la stessa frenesia del resto dell’anno (la Rimini estiva e vacanziera è proprio diversa dalla Milano feriale e convulsa?). È paradossale, ma il termine « vacanza » – come è noto – deriva dal latino vacare che in realtà significa dedicarsi pienamente a un’attività. È per questo che nelle antiche culture la vacanza, così come è ora concepita, non esisteva. La vera sosta, infatti, dovrebbe scandire ogni giornata e ogni opera umana: Pascal non esitava a scrivere che « ogni disgrazia viene agli uomini da una cosa sola: il non saper restare in riposo in una camera » (Pensieri, n. 139, ed. Brunschvicg). Il concetto più profondo e genuino di vacanza potrebbe essere espresso ricorrendo piuttosto alla categoria « riposo » che, a livello biblico, ha un rilievo particolare”. Infatti, come diceva quell’aforisma rabbinico, il riposo festivo è un tesoro; è una scintilla di luce deposta nel grigiore delle ore feriali; è un seme che feconda la terra del lavoro; è uno sguardo verticale, levato verso l’alto e l’infinito, capace di interrompere l’orizzontalità della nostra visione comune e continua… La vita che si dirama di genealogia in genealogia è il supporto su cui Dio stende la sua trama di salvezza. Il sabato, come sosta di preghiera e di riposo non è assenza sterile di azione; è in sé fecondo, genera una sua vita che è squisitamente interiore, alimenta l’esistere stesso dell’uomo. D’altra parte, però, il sabato è anche « sacro », è come un’area protetta, simile al tempio e all’altare. In essa risiede il mistero, domina il silenzio, si incontra il divino. C’è, quindi, una sorta di contrappunto nel sabato biblico: da un lato è attivo, fecondo, collegato all’esistenza e alla creazione; dall’altro è chiuso in sé, perfetto e distaccato, non segnato dai rumori, non occupato dalle cose. Ed è proprio su questa duplicità, che non deve diventare opposizione, che dobbiamo recuperare l’autentica spiritualità non solo della nostra domenica, del culto, della preghiera liturgica, ma anche della meditazione e del riposo autentico. Il sabato col suo riposo è il tempio del tempo, è l’architettura sacra che sostiene il tempo profano, è il luogo in cui l’uomo incontra la Gloria di Dio. Il giorno (o il tempo) del riposo fa tacere le cose esteriori e il ritmo quotidiano perché l’uomo incontri il mistero che lo avvolge. È la scoperta del silenzio « pieno », quello che, quando si è innamorati, è più eloquente, prezioso e comunicativo delle parole: due innamorati sanno attraverso il linguaggio del silenzio e dei loro occhi trasmettersi mille e mille sensazioni. Un po’ paradossalmente si dice che Pitagora imponesse ai suoi discepoli di non rompere mai il silenzio se non per dire una cosa più importante del silenzio. Alberto Moravia, in uno dei saggi raccolti nel volume “L’uomo come fine” (1964), riconosceva che « per ritrovare un’idea dell’uomo, ossia una vera fonte di energia, bisogna che gli uomini ritrovino il gusto della contemplazione. La contemplazione è la diga che fa risalire l’acqua nel bacino. Essa permette agli uomini di accumulare di nuovo l’energia di cui l’azione li ha privati ». Questo è il senso di una vera vacanza « umana » e spirituale. Certo, il silenzio « vuoto » fa paura; la civiltà contemporanea moltiplica i rumori, alza i decibel, allarga il flusso della chiacchiera perché teme il silenzio o lo considera solo come assenza di parole. L’educazione al silenzio è riscoperta di se stessi, anche della propria miseria e solitudine. Un poeta, Giorgio Caproni, metteva in scena in una sua lirica uno dei tanti uomini soli che, di fronte ad una parete spoglia, pensa ai suoi torti e alle sue virtù ma non ha più nessuno con cui comunicare se non i morti. Le soste di riposo sono, invece, lo spazio del silenzio interiore popolato da Dio e dai fratelli coi quali si dialoga e si vive. Ma soprattutto è l’orizzonte silenzioso in cui si contempla e si dialoga con Dio. L’homo faber scopre il senso ultimo del suo esistere non nell’azione, pur necessaria, ma nel « riposo », attraverso la sua esperienza di homo religiosus. Attraverso il vero «riposo», l’uomo non solo spiega e dà senso al tempo e alle opere che in esso egli compie, ma viene purificato e trasfigurato ed è introdotto nel « tempo » perfetto e pieno di Dio. Ancora, Buone Vacanze di “riposo e silenzio”. Padre Renato Gaglianone |
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