il Punto Coldiretti

Sacerdoti… no al “potere”

Tornando dall’Aeroporto di Fiumicino, il tassista, imprecando in romanesco per il traffico rallentato nell’entrare in Roma, ha manifestato tutta la sua avversione nei confronti dei “Monsignori” che possiedono “tutta” Roma e degli Ordini religiosi che, con  i loro Istituti, appena fuori la Città, ostacolano ogni eventuale progetto di adeguamento della viabilità. Concludeva: ci saranno ancora i San Vincenzo dei Paoli, i San Filippo Neri?

Ho sotto gli occhi, nello stesso giornale, due articoli di cronaca. Il primo riporta il racconto del coinvolgimento di uomini di Chiesa nel fascicolo di “appaltopoli” e il secondo riportava alcune frasi significative dell’omelia del Papa in occasione dell’ordinazione presbiterale di alcuni diaconi della Diocesi di Roma. Probabilmente l’accostamento non è casuale.
Non è questa la sede per entrare nel merito del coinvolgimento di alcuni Enti della Chiesa in “appoltopoli” ma offre l’occasione per una riflessione più ampia sulla natura della Chiesa e sulla Realtà del Sacerdote.

Contrariamente a quanto emerge dalla cronaca e all’immagine di Chiesa (ricca) che si vuole accreditare, è indubbio che al suo interno è cresciuta in questi ultimi anni una doppia dimensione di coscienza: una scoperta sempre più profonda della povertà e dell’oppressione dell’uomo come fatto sociale e collettivo, non legato a puri fattori individuali, ma collegato a cause strutturali, presenti nel dinamismo stesso della società; la tendenza progressiva a identificarsi come «Chiesa dei poveri» e «Chiesa povera»; Chiesa in cui trovano piena cittadinanza quelli che non hanno potere e «non contano»; Chiesa che tende a rifiutare sempre di più il ruolo di potenza che dialoga con altre potenze, nella coscienza che il potere non libera nessuno; Chiesa che cerca di superare i modelli assistenzialistici e paternalistici, per impegnarsi in un’opera che sia insieme di promozione umana e di evangelizzazione, nella coscienza ancora che umanizzazione ed evangelizzazione sono termini inscindibili, anche se non riducibili l’uno all’altro.

Si è sviluppato un atteggiamento nuovo e diverso verso i poveri e le loro stesse rivendicazioni: non sono più causa di stupore e di turbamento; soprattutto non vengono più viste solo come «disordine».
Anche se ancora predominano modelli ormai superati e rinascono qua e là equivoci e incomprensioni, si fa sempre più frequente tra i cristiani l’appoggio e la partecipazione ai movimenti di liberazione dell’uomo, dal movimento operaio ai movimenti per la liberazione dei popoli oppressi e dei «paesi in via di sviluppo».

Accanto ai pronunciamenti espliciti su fatti concreti e accanto all’impegno diretto dei credenti, non scandalizza più tutta una elaborazione teologica: le teologie della liberazione e della speranza. Si prepara così quel retroterra culturale che è mancato alla Chiesa dei secoli scorsi per cui è restata estranea a molti tra i movimenti e i momenti più significativi della storia dell’uomo contemporaneo.

In questa ottica, ed ecco la seconda riflessione, va ad inserirsi il richiamo di Benedetto XVI ai novelli sacerdoti: “Già con il Battesimo, e ora in virtù del Sacramento dell’Ordine, voi vi rivestite di Cristo. Alla cura per la celebrazione eucaristica si accompagni sempre l’impegno per una vita eucaristica, vissuta cioè nell’obbedienza ad un’unica grande legge, quella dell’amore che si dona in totalità e serve con umiltà, una vita che la grazia dello Spirito Santo rende sempre più somigliante a quella di Cristo Gesù, Sommo ed eterno Sacerdote, servo di Dio e degli uomini”.

Si saprà essere chiesa viva nella misura in cui si accoglie l’effusione pentecostale che apre il cuore e la mente alla vita eucaristica ed è “destinata a infiammare il vostro animo con l’amore stesso del Signore Gesù. È un’effusione che, mentre dice l’assoluta gratuità del dono, scolpisce dentro il vostro essere una legge indelebile – la legge nuova, una legge che vi spinge ad inserire e a far rifiorire nel tessuto concreto degli atteggiamenti e dei gesti della vostra vita d’ogni giorno l’amore stesso di donazione di Cristo crocifisso”.

Questi i fondamenti, ricorda il Papa, per evitare le tentazioni del “potere” che possono insediare l’esercizio del ministero sacerdotale. Infatti Benedetto XVI aveva in precedenza ammonito: “il sacerdozio, non può mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurezza nella vita o per conquistarsi una posizione sociale. Chi aspira al sacerdozio per un accrescimento del proprio prestigio personale e del proprio potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero. Chi vuole soprattutto realizzare una propria ambizione, raggiungere un proprio successo sarà sempre schiavo di se stesso e dell’opinione pubblica.

Per essere considerato, dovrà adulare; dovrà dire quello che piace alla gente; dovrà adattarsi al mutare delle mode e delle opinioni e, così, si priverà del rapporto vitale con la verità, riducendosi a condannare domani quel che avrà lodato oggi. Un uomo che imposti così la sua vita, un sacerdote che veda in questi termini il proprio ministero, non ama veramente Dio e gli altri, ma solo se stesso e, paradossalmente, finisce per perdere se stesso. Il sacerdozio – ricordiamolo sempre – si fonda sul coraggio di dire sì ad un’altra volontà, nella consapevolezza, da far crescere ogni giorno, che proprio conformandoci alla volontà di Dio, «immersi» in questa volontà, non solo non sarà cancellata la nostra originalità, ma, al contrario, entreremo sempre di più nella verità del nostro essere e del nostro ministero”.

Padre Renato Gaglianone

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