La storia e il futuro
Gli 80 anni di Coldiretti – Autonomia politica, sviluppo e libertà Così Bonomi ha reso grande Coldiretti – GIUSEPPE DE RITA – Sociologo, tra i fondatori del Centro Studi Investimenti Sociali (Censis) Avendo avuto i miei primi contatti di lavoro in Coldiretti durante la Presidenza Lobianco non ho potuto conoscere personalmente Paolo Bonomi; ne ho solo un malinconico ricordo personale, di un anziano signore accompagnato alla comune messa domenicale ormai irrigidito nei movimenti e nello sguardo. Non mi potevo rendere conto alla fine degli anni `70 che nella rigidità di quell`uomo si chiudeva una delle avventure umane e politiche più significative dell`Italia moderna. Sapevo della forza e della potenza di Coldiretti, ma potevo spiegarmela anche attribuendola ai presidenti ed alle dirigenze che dopo di lui si erano succedute al vertice dell`Organizzazione, fino al 1978 e, più esplicitamente al 1980. Ma era ormai opinione corrente che era stato Bonomi il fondatore di quella potenza, quasi un mito. È naturale a questo punto la domanda: «Ma non è che nella permanente potenza pubblica e politica di Coldiretti ha avuto un ruolo la cultura personale di chi l`ha pensata e costruita?». La risposta è pienamente positiva, quando ripercorro la mia quarantennale vicinanza e collaborazione con tanti bravi e potenti (nelle avventure e nelle sventure dei decenni) presidenti, direttori generali, quadri direttivi della Confederazione. Non cedo alla tentazione di fare nomi e cognomi, ma mi sento sempre più sicuro che la potenza di quella vera e propria “macchina da guerra” che è oggi Coldiretti resta l`eredità indelebile del grande lavoro di chi l`ha costruita, dal 1945 in poi: cioè di Paolo Bonomi. Una figura – professionale ed umana – di grande forza, che ha vissuto un complesso periodo della storia italiana, ma non se ne è fatto condizionare, gestendola anzi in un continuo rilancio di impegno culturale, sociale, politico. Quel che più colpisce nella storia di Paolo Bonomi è la “sovrabbondanza” di disegni; di volontà; di impegni, quasi una intima vocazione a lavorare continuamente in quel “lavoro dello spirito” di cui parla spesso Massimo Cacciari; e forse anche quel “camminare nello Spirito” che per noi credenti si è concretizzato nel movimento di autopropulsione collettiva. Riguardo alle diverse concrete motivazioni della vita di lavoro e della sfida umana di Bonomi si può dire che è stato un grande sindacalista del mondo agricolo. Comincia da zero da un panorama agricolo tutto da costruire in uomini e strutture organizzative. Comincia in un pomeriggio dell`agosto 1944 (due mesi dopo la liberazione di Roma), in due disadorne stanze del Palazzo Serlupi Crescenzi, in via del Seminario 113; e nell`ottobre `44 il comitato provvisorio alla guida della Coldiretti lancia un manifesto rivolto ai “coltivatori diretti della terra” chiamati a stringersi compatti in una forte organizzazione”; anche per un comune sentire con le “Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana`: La scelta dell`autonomia è stata il punto di partenza delle strategie sindacali di Bonomi, da quella iniziale sui contratti e sui diritti, a quella sulle coperture sanitarie e pensionistiche, a quella conclusiva, nel 1950, della agognata Riforma Agraria. Del resto, quando si discusse in Parlamento di tale Riforma lorganizzazione di Bonomi aveva la piena ed esclusiva rappresentanza di un enorme blocco sociale (6,5 milioni di imprese agricole, 10 milioni di persone gravitanti nelle imprese coltivatrici; oltre due milioni di lavoratori assunti da tali imprese). La costante autonomia di Coldiretti aveva fatto di Bonomi oltre che un grande leader sindacale, un potente uomo politico, democristiano e democratico. All`inizio del suo impegno politico si trovò a fare i conti con i leaders allora in campo, in particolare con De Gasperi, certamente un fautore convinto dell`iniziativa Coldiretti. Nel lungo periodo riferimento politico di Coldiretti furono De Gasperi all`inizio e Moro negli anni `70, sempre nel pieno rispetto della propria autonomia di giudizio e di comportamento. Quanto ai gruppi politici più attivi nel `45 Bonomi, che aveva troppa fiducia nella realtà e nella “forza rasoterra” dei suoi coltivatori diretti, preferì tenersi alla larga da tutta la filiera di governo che partendo dall`eredità di Camaldoli si insediò nella DC dagli anni `50 e `60. Preferì, e di molto, avere rapporti con il gruppo di Via Cola di Rienzo, dove i leader erano più “popolari” e attenti alla realtà agricola (specialmente Campilli, e Segni che furono i suoi più convinti sostenitori). Ma il fatto vero è che egli aveva in cuor suo già deciso di giocare una collocazione di dura autonomia che gli portò l`opposizione, quasi l`avversione di molti, anche di mondo cattolico (penso al difficile rapporto con Don Sturzo e con Padre Pio da Pietralcina). Ma la scelta di autonomia restò una costante di Coldiretti nei suoi diversi passaggi politici e il vero fondamento della politica di Bonomi. La tentazione gregaria non lo ha mai attirato, per lui fare politica era lavorare sul potere autonomo di Coldiretti. Del resto, il potere politico di Bonomi non veniva dalla capacità di schierarsi, ma dalla forza intima della Confederazione, una forza dalla “potenza efficiente” del suo apparato organizzativo. Bonomi in altre parole fu un politico in parte anche tradizionale, ma fu soprattutto il grande capo-popolo di uno straordinario apparato organizzato, a livello centrale come a livello locale (comunale e frazionale, per usare i termini ufficiali). Chi ricorda la velocità con cui consolidò la Confederazione in meno di due anni e chi ricorda il vigore del suo rapporto con gli associati (agli emblematici raduni al Palatino) sa che Bonomi sapeva parlare al E così, nel tempo, quella voglia di autonomia politica che inizialmente si espresse nel negarsi alle grandi appartenenze sindacali, è diventata lucida gestione del più potente apparato organizzativo e politico che l`Italia del dopoguerra abbia conosciuto. Ma c`era solo strategia di potere sotto la grande invidiata costruzione della macchina da guerra Coldiretti? No, poiché Bonomi è andato molto oltre l`impegno di grande costruttore di un potente apparato. E allora viene spontanea la domanda: cosa c`è stato oltre tale impegno ? La risposta che personalmente mi sento di dare è che, proprio in virtù della forte autonomia del suo apparato, Bonomi è stato uno dei fondatori dell`autopropulsione sociale del nostro Paese. C`era in lui uno speciale amore dell`Italia umiliata e martoriata dalla guerra; ed a quell`Italia voleva dare la libertà non solo dai tedeschi (lui giovane partigiano), ma dalla fame, dalla dipendenza alimentare dell`esterno; voleva dare ad essa una autosufficienza ed una crescente indipendenza economica. Voleva in fondo che i soggetti sociali (dalle singole famiglie alle grandi imprese, dai singoli comuni alle grandi organizzazioni di rappresentanza) avessero voglia e gusto di essere i motori di uno sviluppo collettivo, quasi in termini di sistemica autopropulsione. In fondo l`Italia dal `45 ad oggi è diventata un paese ricco e moderno non perché ha obbedito a progetti pre-codificati di sviluppo (capitalistico, o solidaristico, finanziario o comunista) e neppure a logiche di programmazione più o meno moderne, lo sviluppo italiano non ha obbedito a programmi di sviluppo ma ad uno spontaneo processo di auto propulsione collettiva. L`Italia di oggi è fatta in altre parole da milioni di piccole imprese; da centinaia di localismi industriali; da una grande vitalità dei processi di ricerca e di innovazione (il “lavoro dello Spirito” di Cacciari), dalla indominata vitalità di alcune grandi corporazioni pubbliche. E, mi permetto di dire, dal mondo di Coldiretti, come grande apparato organizzato e come espressione di milioni di famiglie direttamente coltivatrici. Articolo pubblicato sul quotidiano Avvenire dell’8 Ottobre 2024 |
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