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Il caldo estremo mette sotto pressione i sistemi agroalimentari: il nuovo rapporto Fao-Omm

Secondo lo studio della FAO e dell’organizzazione meteorologica mondiale oltre un miliardo di persone vede già minacciati mezzi di sussistenza e condizioni di vita a causa del caldo estremo, mentre ogni anno vengono perse circa mezzo trilione di ore lavorative. I sistemi agroalimentari risultano particolarmente esposti, perché agricoltori, allevatori e pescatori operano quotidianamente in ambienti direttamente influenzati dagli eventi climatici. Il rapporto spiega che le ondate di calore non agiscono mai isolate, ma si combinano con altri fattori climatici – come siccità, scarsità d’acqua, umidità elevata, vento e radiazione solare – generando effetti cumulativi che possono compromettere interi ecosistemi. Il caldo estremo diventa così un “moltiplicatore di rischio”, capace di amplificare problemi già esistenti e aggravare la fragilità delle produzioni agricole.

L’aumento delle temperature globali riduce infatti il cosiddetto “margine di sicurezza termica” necessario alle specie viventi per svolgere funzioni biologiche fondamentali, dalla fotosintesi alla riproduzione. Secondo il rapporto, con un incremento medio globale di 2°C l’intensità degli eventi di caldo estremo raddoppia; con un aumento di 3°C quadruplica rispetto allo scenario di +1,5°C. Le conseguenze si fanno sentire su tutta la filiera agroalimentare. Negli allevamenti, lo stress termico per bovini, ovini e altre specie inizia già oltre i 25 gradi, mentre polli e suini risultano ancora più vulnerabili perché incapaci di disperdere calore attraverso la sudorazione. Inizialmente gli animali riducono movimento e alimentazione, cercano ombra e aumentano il consumo di acqua; con esposizioni prolungate possono sviluppare disturbi digestivi, insufficienze organiche e problemi cardiovascolari. Anche quando non provoca mortalità, il caldo riduce la produttività: cala la produzione di latte e peggiorano qualità e composizione nutrizionale, con effetti indiretti anche sull’impronta ambientale degli allevamenti. Critica anche la situazione per gli ecosistemi marini. Le alte temperature riducono l’ossigeno disponibile nelle acque, mettendo a rischio la sopravvivenza dei pesci. Nel 2024, secondo il rapporto, il 91% degli oceani del pianeta ha registrato almeno un’ondata di calore marina. Per le colture agricole, i primi cali di resa iniziano generalmente oltre i 30 gradi. Le alte temperature compromettono la fertilità del polline, indeboliscono le strutture cellulari e favoriscono la produzione di composti ossidativi tossici, con effetti negativi sulla crescita e sulla qualità delle produzioni. Il caldo estremo rappresenta inoltre un rischio diretto per la salute umana, soprattutto per i lavoratori agricoli. In alcune aree dell’Asia meridionale, dell’Africa subsahariana e dell’America Latina, i giorni troppo caldi per lavorare potrebbero arrivare fino a 250 all’anno. Per affrontare questa sfida, il rapporto sottolinea la necessità di investire in strategie di adattamento: selezione genetica di varietà più resistenti, revisione dei calendari di semina, pratiche agricole innovative e sistemi di allerta precoce per aiutare gli agricoltori a gestire gli eventi estremi. Fondamentale anche il supporto economico. Accesso a strumenti finanziari, assicurazioni agricole, protezione sociale e formazione rappresentano leve decisive per aumentare la resilienza del settore, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito, dove l’accesso a informazione, istruzione e tecnologie resta ancora limitato.

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