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Rapporto tra strutture rurali e urbane, la sentenza premia l’agricoltura

Nel nostro Paese, la popolazione che vive nelle città ha ormai superato quella che vive in campagna, determinando non solo una consistente erosione dei terreni con destinazione agricola, ma anche una dispersione di costruzione nella campagna, disseminandola di insediamenti residenziali e produttivi.

I terreni agricoli destinati all’agricoltura e agli allevamenti sono sempre più influenzati dalle dinamiche di trasformazione della città, venendo considerati come una forma temporanea d’uso dei suoli prima della loro urbanizzazione e non come una attività necessaria alla vita dei cittadini. Di conseguenza, la presenza sempre più consistente di città ha comportato un modifica dei sistemi di produzione, portando a nuove forme di agricoltura e provocando la scomparsa di quelle forme incompatibili con la domanda e con i modi di vita urbani.

Il problema, quindi, che emerge dall’allargamento a macchia d’olio dello spazio abitato è la mancata considerazione degli insediamenti preesistenti destinati all’allevamento o all’agricoltura.

Esempio di tale situazione viene fornito in una recente sentenza, riguardante il provvedimento con cui un Comune della Lombardia ha negato ai ricorrenti il permesso per interventi di manutenzione straordinaria sulle strutture dell’allevamento a causa del mancato rispetto delle distanze con un nucleo di edifici destinati ad attività commerciali. La delibera regionale stabilisce, infatti, che le distanze che devono essere rispettate sono di almeno 200 m (fino a un peso vivo max allevabile di 10T) o di 500 m (oltre le 10T) tra nuclei residenziali, commerciali, attività terziarie esistenti e nuovi allevamenti e/o loro pertinenze, anche in senso reciproco ma – nel caso esaminato - tali edifici risultavano preesistenti al predetto decreto. Inoltre, era stata approvata una variante al Piano di Governo del Territorio (PGT), che destinava un terreno posto a meno di 200 m dall’allevamento a servizi pubblici e di interesse pubblico, dimostrando come non fosse riconosciuta la preesistenza e la continuità dell’attività dell’allevamento.

In generale, l’indicazione contenuta nell’art. 216 del RD 1265/1934, secondo cui le lavorazioni insalubri di prima classe, tra cui gli allevamenti (DM 5 settembre 1994, punto C-1), devono essere isolate nelle campagne, non implica che le zone agricole, o comunque inedificabili, attorno agli allevamenti debbano rimanere tali. La pianificazione urbanistica può sempre espandere l’abitato verso le aree libere, sono poi le singole costruzioni a subire le limitazioni causate dagli allevamenti preesistenti, con esiti che richiedono una valutazione caso per caso. Del resto, l’art. 216 consente che una lavorazione insalubre di prima classe venga esercitata in un contesto abitato se, con “l’introduzione di nuovi metodi o speciali cautele”, sia possibile evitare rischi per la salute dei residenti. Reciprocamente, quindi, le zone edificabili possono essere avvicinate agli allevamenti, salva la necessità di valutare poi, in relazione ai singoli progetti, le soluzioni più adatte a evitare interferenze e a garantire una tutela equivalente della salute delle persone.

Nonostante la marcata differenza che intercorre tra la città e la campagna, in ragione della distribuzione degli spazi, delle diverse risorse e funzioni, entrambe possono coesistere venendo adeguatamente valorizzate. Un esempio, sono i prodotti a km 0, volti a promuovere l’acquisto e il consumo di alimenti prodotti nello stesso ambito locale, permettendo ai consumatori di fare scelte di acquisto consapevoli. In questo modo, non solo viene promosso il rapporto diretto tra chi produce e chi consuma, diminuendo il numero di intermediari, ma viene anche ridotto il percorso dei prodotti dal luogo di produzione a quello del consumo finale. Con l’adozione della filiera corta il consumatore può avere prodotti sani, di qualità e di origine certa, riducendo notevolmente, al contempo, le emissioni inquinanti.

All’interno della città possono anche essere individuati spazi per la campagna secondo il modello dei c.d. farmer markets. Tali mercati pongono al centro della vita urbana i produttori agricoli in modo tale da conservare le aree rurali e produttive, la cui identità deve essere protetta da fenomeni di agglomerazione urbana e di conurbazione. Questo sistema, inoltre, tutela in particolar modo quei prodotti tipici non compatibili con l’attuale mercato dei prodotti alimentari basato sulla grande distribuzione.

Infine, bisogna riconoscere come la prossimità urbana porta ad una reinvenzione dei mestieri agricoli. Insegnanti ed educatori chiedono di poter mostrare ai bambini la vita contadina a grandezza naturale, nella realtà dello svolgimento dei cicli agricoli di produzione, e gli agricoltori rispondono a questo desiderio sociale creando delle vere e proprie fattorie didattiche.

Tali elementi sostengono la decisione presa dal tribunale, che ha accolto il ricorso annullando il diniego del permesso a costruire rilasciato dal Comune, riconoscendo la preesistenza dell’allevamento e consentendo ai ricorrenti di effettuare gli interventi di manutenzione richiesti.

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