Conferenza di Cancun, trovato l’accordo ma non è vincolante
Si è conclusa a Cancun la Cop 16, il vertice dell’Onu sul cambiamento climatico che ha visto impegnati 194 Paesi e che fa seguito alla deludente conferenza di Copenhagen dello scorso anno. Le premesse dell’edizione 2010 della conferenza mondiale sul clima sono state, infatti, pesantemente condizionate dal rallentamento del negoziato internazionale registrato nella capitale danese, con una conseguente perdita di priorità nei confronti del raggiungimento di un accordo globale e un reindirizzamento dei lavori verso alcuni mini-accordi. I negoziatori, dunque, hanno sin dall’inizio voluto mantenere un profilo basso in questa edizione per non compromettere la credibilità dell’istituzione nata per la concertazione di soluzioni a livello internazionale per quanto riguarda il riscaldamento globale. Per queste ragioni in Messico si è arrivati con un impatto mediatico notevolmente inferiore rispetto allo scorso anno (si ricorda che al summit del dicembre 2009 hanno partecipato oltre 120 capi di Stato e di governo, compreso il presidente Usa, Barack Obama e il premier cinese, Wen Jiabao) e con un approccio più disilluso dal punto di vista politico, tanto che la ricerca di un accordo vincolante è apparsa sin dall’inizio rimandata al vertice del prossimo anno. Dopo 12 giorni di discussione si è comunque confermata l’ipotesi più plausibile sin dall’inizio e cioè il raggiungimento di un’intesa di massima, il tutto in vista dell’iaccordo definitivo da raggiungere alla Conferenza sul clima di Durban, nel 2011. In particolare, Cancun si chiude con la messa a punto di due testi, interconnessi tra loro, che però non contengono vincoli per i Paesi firmatari. Si tratta del documento finale che riguarda gli obiettivi a lungo termine e il testo sul Protocollo di Kyoto. Su Kyoto si riconosce la necessità di ridurre le emissioni di gas a effetto serra dal 25 al 40% al 2020, come raccomandato dal Gruppo intergovernativo di esperti sul riscaldamento globale (Ipcc), per fare in modo che la temperatura globale non aumenti oltre i 2 gradi. Sul fronte del testo generale, il cosiddetto pacchetto condiviso, si confermano le previsioni dei giorni scorsi: uno stanziamento immediato di 30 miliardi per il periodo 2010-2012 per aiutare i Paesi in via di sviluppo, per poi procedere allo stanziamento complessivo di 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020. Da rilevare, inoltre, la creazione di un fondo verde (Green climate fund), ancora non quantificato, da gestire attraverso un comitato di 40 membri, 15 dei Paesi industrializzati e 25 dei Paesi in via di sviluppo. Da notare che a favore dei testi menzionati si sono dimostrati anche Usa, India, Cina e Giappone. Questo aspetto assume un valore politico importante soprattutto rispetto alla discussione sul secondo periodo di Kyoto. Il tavolo negoziale ha sempre visto una accesa polemica su questo aspetto, c’è infatti chi sosteneva che Kyoto non fosse più necessario e chi ha sempre considerato il trattato nemmeno negoziabile (Cina, India, Brasile, Sudafrica). Tra i primi, in particolare, spiccava la posizione del Giappone, che ha sempre evidenziato come i 40 paesi industrializzati che si sono sottoposti ad impegni giuridicamente vincolanti siano responsabili solo del 27% delle emissioni mondiali, e quella della Russia, che si era sempre espressa nel voler confermare i propri obiettivi di riduzione (dal 15 al 25 per cento al 2020, rispetto ai livelli del ’90). Con queste premesse appare evidente che, nonostante i numerosi nodi rimasti ancora da sciogliere, il risultato finale della conferenza di Cancun considerarsi complessivamente migliore rispetto a quanto è accaduto a Copenhagen. Il vertice, infatti, si chiude con un accordo di compromesso accettato da tutti, grandi potenze incluse (con il solo voto negativo della Bolivia, che ha criticato il risultato perché ritenuto troppo debole ed insufficiente a combattere in maniera efficace i cambiamenti climatici, che, però potrebbe avere un peso giuridico importante in quanto queste iniziative internazionali si dovrebbero concludere con una approvazione all’unanimità) e con lista di impegni, seppure non vincolanti, che contengono posizioni di principio ragionevoli su numerosi temi e, soprattutto, condivise anche da quei paesi che, nell’ambito del negoziato internazionale sul clima, avevano sempre anteposto i propri interessi particolari rispetto a quelli collettivi. Questo, di per sé costituisce un grande passo in avanti, ma resta sempre da verificare se alle dichiarazioni politiche seguiranno fatti concreti. |
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