Lo squilibrio di genere della previdenza italiana
![]() Si parla sempre più spesso di differenze di genere, e anche il sistema previdenziale italiano non fa eccezione. È l’Eurostat in un recente rapporto a diffondere i dati, consolidati al 2022, inerenti al gender pay gap, ovvero alle differenze retributive tra uomini e donne nel mercato del lavoro. Non è un segreto che le differenze di retribuzione si riversano anche sui trattamenti previdenziali delle donne, che tra minori retribuzioni e incrementi dell’aspettativa si assottigliano sempre di più. Si aggiunge poi la maggior longevità delle donne in Italia, dove la speranza di vita alla nascita, secondo i dati Istat, è infatti di 80,5 anni per gli uomini e di 84,8 per le donne. Sul totale dei pensionati, infatti, le donne italiane sono ben il 51,7%, ma percepiscono però trattamenti pensionistici più bassi rispetto agli uomini. Il reddito da pensione per le donne, che comprende le prestazioni previdenziali, assistenziali e indennitarie, ammonta in media a 16.991 euro l’anno, contro i 23.167 euro percepiti dagli uomini. Ciò significa che è inferiore del 27% rispetto a quello maschile, nonostante le donne percepiscano più di una prestazione, ossia 1,5 assegni a testa contro le 1,32 degli uomini. Quali possono essere, quindi, le cause di queste disparità? Se analizziamo le carriere delle donne pensionate spesso si rileva nel loro estratto contributivo una carriera interrotta o discontinua, non sempre a causa di scelte o problemi occupazionali, ma spesso per necessità familiari, mancanza di politiche di welfare e motivi legati a oneri di cura. Le prestazioni di reversibilità circa per l’85,7% sono percepite da donne e le prestazioni pensionistiche (di importo per lo più modesto) sono perfezionate solo a seguito del versamento di contributi volontari. A causa di ciò, infatti spesso beneficiano ad esempio di misure quali integrazioni al trattamento minimo, maggiorazioni sociali, importi aggiuntivi, quattordicesima. Per il futuro, con l’avvento del sistema di calcolo contributivo e importi pensionistici di solito molto inferiori agli assegni retributivi, sarà necessario pensare a politiche per incentivare l’adesione alla previdenza complementare, per permettere agli anziani di domani di affrontare la vecchiaia con maggiore serenità. A causa delle differenze retributive durante la gioventù e poi previdenziali nella terza età, le donne dovrebbero essere i soggetti maggiormente interessati da questo argomento come maggiormente bisognose di coperture integrative. Il COVIP riporta nella relazione annuale che le donne sono solo il 38,3% del totale degli iscritti, e che questo dato non è mai cambiato in maniera significativa dal 2018. Una delle cause maggiormente impattanti sulla bassa partecipazione del sesso femminile alla previdenza complementare è soprattutto la loro minore e più incostante presenza tra le forze lavoro: sempre secondo i dati COVIP, le donne attive lavorativamente sono il 57,7% della popolazione, contro il 75,7% per gli uomini. Non solo, retribuzioni basse allontanano dalla previdenza complementare: secondo l’Eurostat, al 2022 il divario retributivo di genere in Europa si attestava al 12,7%, l’Italia si rivela essere più virtuosa e il divario salariale per uomini e donne italiane, pari al 5%, risulta essere inferiore rispetto alla media europea. I dati di fine 2022 non restituivano una situazione occupazionale rosea, confrontando il tasso italiano di occupazione fermo al 55% con quello europeo medio del 69,3%. I dati più recenti migliorano ma non abbastanza dove il dato italiano sale al 56,8% e quello europeo al 70,2%. |
Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni
Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.