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Con la tassa sulle bibite gassate 400mila casi in meno di obesità

Una tassa del 20% sulle bibite zuccherate significherebbe una diminuzione dell’indice medio di massa corporea (Bmi) pari all’1%. A prima vista non sembrerebbe un gran risultato, ma nel solo Regno Unito questa percentuale si tradurrebbe in 400mila casi in meno di sovrappeso e obesità.

A sostenerlo è Mike Rayner dell’Università di Oxford, che ha condotto una campagna per tassare le bevande zuccherate e sta per pubblicare un documento che dimostrerà nel dettaglio l’impatto positivo in termini di benefici che questa tassa potrebbe avere sulla salute degli Inglesi.

Rayner si dice preoccupato dalla notizia che il governo danese sta considerando di revocare la tassa sui grassi saturi e sugli zuccheri. La Danimarca è stata la prima nazione ad applicare la cosiddetta “fat tax” nell’ottobre dello scorso anno, dopo che i ricercatori dell’Insititute of Food and Resource Economics di Copenaghen hanno collegato il 4% delle morti premature nel paese ad un eccessivo consumo di grassi saturi.

Ora però il governo Danese sembrerebbe intenzionato a fare un passo indietro, a causa della perdita di posti di lavoro paventata dall’industria. Intervenuto ad un dibattito online organizzato dal Barilla Center for Food and Nutrition un membro del governo Danese – Torbjorn Christensen – sembrerebbe invece smentire l’ipotesi del clamoroso dietrofront sulla fat tax. Christensen, infatti, non solo ha difeso la politica di tassare cibi non sani, ma ha affermato che i cibi dannosi per la salute destinati ai bambini (come bibite e merendine) andrebbero tassati con assoluta priorità.

Nel frattempo, l’industria alimentare continua ad opporsi con forza alle tasse sui cibi non sani. Nel suo rapporto annuale Caobisco (l’associazione che riunisce i produttori di cioccolato e biscotti) esprime preoccupazione per quella che definisce la “tendenza allarmante” delle fat tax applicate in Finlandia, Danimarca e Ungheria. I membri di Caobisco si dicono fermamente convinti che simili misure siano discriminatorie, ponendo allo stesso tempo anche seri problemi di compatibilità con il buon funzionamento del mercato interno dell’Unione.

Inoltre – sempre secondo l’associazione – non vi sarebbero prove scientifiche sui benefici apportati dall’introduzione di questa tassazione che comunque non rappresenterebbe uno strumento efficace per ridurre il consumo di alimenti ricchi di sale, zucchero e grassi saturi e che colpirebbe prevalentemente le persone delle classi meno abbienti. Nel sostenere che l’obesità è un problema che necessita di strategie multiple e la cui soluzione non può certo venire dalla fiscalità, Caobisco ha anche chiesto più attenzione da parte degli Organi legislativi comunitari temendo che l’attuazione dell’art. 4 del Regolamento UE 1924/2006 possa essere utilizzata dagli Stati membri come base per ulteriori misure discriminatorie per i propri prodotti.

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